Luca Annunziata

Corea, arrestato il delfino di Samsung

La decisione attuale ribalta la precedente. Jay Y. Lee, erede designato della multinazionale, sarebbe a rischio di fuga e di inquinamento delle prove

Milano - Alla fine Jay Y. Lee è stato arrestato: questa volta il giudice incaricato da valutare la richiesta degli inquirenti si è espresso a favore del fermo del vicepresidente ed erede designato di Samsung, alla luce dei timori relativi alla possibilità che Lee lasciasse il paese o con le sue azioni alterasse il quadro probatorio del caso. In ballo ci sono miliardi di won (milioni di euro) che il vicepresidente avrebbe pagato a un confidente del capo dello stato Park Geun-hye, già sotto procedura di impeachment: soldi che sarebbero serviti a semplificare il passaggio di consegne ai vertici dell'azienda, ma che ha generato un'ondata di proteste di piazza inedito per la Corea del Sud con cittadini indignati per la presunta corruzione.

A convincere il giudice pare siano state le prove aggiuntive fornite dai magistrati per spiegare le ragioni per le quali Jay Y. Lee meriterebbe la carcerazione preventiva: la procura aveva chiarito che avrebbe insistito su questo punto, e le indagini aggiuntive svolte da gennaio a oggi pare siano state efficaci visto che hanno convinto il tribunale di Seul a convalidare l'arresto. Si tratta di un bel grattacapo per Samsung: Lee è il comandante in capo, di fatto, del conglomerato che forma l'enorme crogiolo in cui confluiscono tutte le attività del gruppo, e la sua assenza potrebbe complicare la conduzione degli affari. Suo padre Kun-Hee Lee gli ha praticamente consegnato le redini dell'azienda nel 2014, in seguito a una malattia, e ora probabilmente la gestione degli affari tocchera a Park Sang-Jin che di Samsung è presidente e il cui arresto è stato negato dai giudici.

Naturalmente Samsung nega qualsiasi addebito per quanto riguarda i fatti oggetto dell'inchiesta: così come a gennaio, i suoi portavoce ribadiscono che in tribunale sarà dimostrata l'assoluta liceità dei comportamenti tenuti dai suoi dirigenti. L'accusa è di aver fatto transitare milioni verso un'ente legato a un confidente del presidente della Corea Park Geun-hye, più altri regali costosi, così da spingere quest'ultima a esercitare delle pressioni per convincere alcuni fondi pensione a sostenere economicamente un'operazione finanziaria volta alla fusione di alcuni rami di Samsung. Tale operazione sarebbe servita a garantire il controllo di tutto l'universo Samsung a Jay Y. Lee, così da consolidare la sua leadership.
Con l'arresto di Lee si apre una lunga fase processuale che durerà circa 18 mesi: entro 10 giorni dovranno essere formalizzate le accuse, ma questo termine non è tassativo - può essere richiesto un rinvio, ma durante questo periodo di certo Samsung non potrà restare in attesa che si chiarisca il futuro del suo leader. Secondo quanto riportato ci sono stati rinvii e ritardi nelle procedure interne, come quelle relative ai bonus di fine anno che non sarebbero ancora stati assegnati: un'azienda con mezzo milione di dipendenti non può attendere 18 mesi, ma si tratta più che altro di distribuire le responsabilità accentrate fino a oggi nelle mani di Lee tra i manager che costituiscono già il vertice attuale.

Luca Annunziata
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