Luca Annunziata

Berners-Lee e la perdita dell'innocenza del Web

L'inventore della Internet ipertestuale lancia l'allarme sulla progressiva commercializzazione della Rete. E propone un piano quinquennale per restituire ai cittadini il controllo

Berners-Lee e la perdita dell'innocenza del WebMilano - Sono trascorsi 28 anni dalla nascita del World Wide Web, frutto del lavoro di sir Tim Berners-Lee in quel del CERN, e oggi il creatore prende la parola per tirare le somme di questi quasi sei lustri nei quali la sua creatura è profondamente cambiata. Da rete paritaria in cui erano gli interessi comuni a guidare la crescita, oggi Berners-Lee vede una rete diversa: una rete dominata da interessi commerciali e nella quale i navigatori sono espropriati dai propri dati che vengono sfruttati dalle grande corporation per fini di lucro, con fake news e campagne politiche poco trasparenti che pervadono il World Wide Web.

È un ritratto preoccupante quello disegnato da sir Tim: parte e punta parecchio sulla questione dei dati personali e l'espropriazione di fatto avvenuta in questi anni a danno dei netizen. Nessuno aveva previsto, al principio, la nascita dei social network come li conosciamo oggi: piattaforme quasi autarchiche nelle quali riversiamo attività, gusti, interessi, persino le nostre fotografie e video che oggi l'intelligenza artificiale è pressoché in grado di analizzare e intepretare per carpire ancora altre informazioni. Ci sono multinazionali multimiliardarie che hanno basato il proprio successo sulla raccolta di queste informazioni e il tracciamento degli utenti in giro per il Web: un'operazione che non è priva di conseguenze anche a livello politico.

Lo stesso sistema adottato da Amazon, Google, Facebook e chiunque altro venda pubblicità in Rete per garantire una massima targettizzazione dell'advertising per ottenere il massimo profitto, è stato infatti anche mutuato dai governi (di qualsiasi ispirazione, democratici e non) per varare massicce campagne di monitoraggio delle attività dei cittadini in Rete: i nostri spostamenti, le nostre navigazioni, le ricerche che effettuiamo e i messaggi che ci scambiamo a mezzo Internet possono essere e sono oggetto di monitoraggio, con effetti in questo caso prevedibili sulla libertà d'espressione. Una Rete nella quale i navigatori siano costantemente preoccupati di essere spiati, è una Rete nella quale ci vorrà sempre più coraggio per pubblicare contenuti senza timore di ritorsioni. Preoccupazioni condivise anche da un altro padre di Internet, Vint Cerf, che nel corso di una recente conferenza a San Francisco ha lasciato intendere che l'approccio dell'amministrazione Trump alla net-neutrality potrebbe costituire un problema non trascurabile.
Altri due temi sono toccati da Berners-Lee, ovvero quello delle fake news e quello della politica su Web. Il primo è un tema che negli ultimi mesi è sulla bocca di tutti, con proposte più o meno fantasiose su possibili soluzioni: sir Tim sottolinea come sia conveniente per alcuni operatori non risolvere la faccenda, visto che le fake news sono spesso contenuti virali che si propagano in modo incontrollato e generano click, pagine viste, determinano cioè più traffico che equivale a più guadagni. Una questione legata alla seconda, visto che mancando regole specifiche sulle campagne politiche in Rete ci sono vere e proprie praterie dove i comunicatori più spregiudicati possono approfittare delle ambiguità per orientare la pubblica opinione con notizie non sempre a prova di verifica ma utilissime per le campagne elettorali.

Soluzioni pronte all'uso Tim Berners-Lee non ne ha. Il suo è un appello alla collaborazione, con alcuni punti di partenza messi sul tavolo che possono costituire le fondamenta di una Internet futura più sicura e solida. Per esempio i cosidetti "data pod", vere e propri contenitori dei dati personali che sarebbero riaffidati ai navigatori e sottratti al controllo delle aziende (sir Tim lavora già a un progetto denominato Solid, che è allo stadio prototipale ma servirebbe proprio a questo scopo): revocare l'accesso alle proprie informazioni, oppure spostarle da un servizio all'altro senza dipendere dalla buona volontà del social di turno, restituirebbe maggior potere ai cittadini rispetto alle multinazionali dell'advertising.

Per quanto attiene la questione delle fake news, l'approccio di Berners-Lee è forse un po' più controverso: la sua proposta di incrementare abbonamenti e micro-pagamenti per incentivare la produzione di giornalismo di qualità appare in netta controtendenza con la realtà odierna, che vede essenzialmente in piedi tutti business model basati sulla quantità più che la qualità. Queste nuove forme di remunerazione non dovrebbero comunque escludere l'obbligo dei gestori delle piattaforme (Google e Facebook in testa) di impegnarsi seriamente a trovare un approccio tecnico utile a contrastare la proliferazione delle bufale, nonché a rendere più accessibili e trasparenti le logiche con le quali i nuovi algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale operano sulle rispettive proprietà digitali.

Infine, c'è la questione della politica in Rete. Qui la faccenda si fa intricata più che mai, visto che si intrecciano gli interessi di chi al governo ci vuole andare con quelli di chi al comando di una nazione magari c'è già: Berners-Lee richiama un principio largamente condivisibile, ovvero rammentare che Internet non è un'entità legata ai vecchi confini delle nazioni bensì un organismo planetario; come tale va difeso, intraprendendo azioni legali contro le istituzioni che travalichino i propri limiti puntando al tecnocontrollo, così come pretendendo una regolamentazione chiara e trasparente di come le forze politiche agiscano in Rete.

Sono tutti temi di una complessità notevole, e sir Berners-Lee ha il buonsenso di non ritenere probabile che esista una soluzione semplice a ciascuno di essi (o, peggio, una singola soluzione magari di vago sentore populista): il suo è un appello a prendere coscienza di questi temi e un invito a partecipare costruttivamente alla ricerca delle soluzioni, contribuendo anche e non solo al piano quinquennale messo in piedi dalla Web Foundation di cui egli stesso fa parte. La chiosa finale è quasi uno slogan da adesivo: "C'è voluto l'impegno di tutti per costruire il Web che abbiamo, e ora sta a noi tutti costruire il Web che vogliamo: per tutti".

Luca Annunziata
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34 Commenti alla Notizia Berners-Lee e la perdita dell'innocenza del Web
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  • Internet è destinato a diventare solo commerciale.
    Da una parte ci sono aziende e politici, determinati, ben organizzati e finanziati, dall'altra ci sono i cittadini disorganizzati, rappresentati dagli stessi politici lobbizzati dalle aziende e dalle associazioni dei consumatori, gestite da servi ossequiosi delle aziende e dei politici.

    Non ci vuole molto a capire come andranno le cose, al netto dei dissidenti pieni di vuote parole e zero fatti.
    Le masse sono masse, e perciò acefale per definizione, e quindi manovrabili a piacimento di chi ha le abilità per farlo.
    Basta guardarsi in giro proprio qui, e proprio adesso (non i massificati, ovviamente), per vedere questa verità.
    non+autenticato
  • A qualcuno hanno fischiato le orecchie questo fine di settimana.

    Abbiam fatto pulizie. Rotola dal ridereRotola dal ridereRotola dal ridere
    non+autenticato
  • Il WEB: una delle più grandi rivoluzioni di tutti i tempi, soprattutto se pensiamo alle sue nobili origini, finalizzate a diffondere e condividere la conoscenza.

    Oggi il WEB è diventato un gigantesco immondezzaio, popolato da repressi, frustrati e complessati, che sfogano i loro problemi coprendo di insulti chiunque.
    Falliti e nullafacenti totali che sfruttano l'anonimato spacciandosi per esperti di qualunque materia.
    Ciarlatani e cialtroni vari che usano i social per abbindolare i fessi propinando loro bufale di ogni genere.

    Il WEB: la rivoluzione culturale buttata nel cesso!
    non+autenticato
  • Il punto 1 è indiscutibile ma travalica l'web: io ho le mie mail in locale, la mia rubrica in locale, i miei files in locale, ho ben poco di personale nei computers di qualcun'altro, se non quel che istituzionalmente è richiesto o qualche servizio comodo che uso (ex. Google), il problema è che tra firmware vari non ho il reale controllo di quel che uso. E questo è oltre l'web, è lucchettato all'hw.

    Il punto 2 IMVHO è profondamente controverso: si via Facebook si fan passare tante cose, dalle cavolate sino alle ben più serie primavere arabe, ma questo non è un problema dello strumento ma dei suoi utenti. È il vecchio discorso che non si può dare troppa capacità di ... a tutti. Voler affrontare questo problema a livello "di media" di fatto apre la porta ad ogni censura. Quindi meglio che i creduloni si influenzino come vogliono, ma almeno chi credulone non è sia libero di esprimersi.

    Il terzo punto mi pare un pelo utopico, non ha mai funzionato nel mondo fisico, perché dovrebbe funzionare in quello virtuale?

    IMVHO il punto sostanziale è che serve ritornare a scuole che insegnino a pensare, non a formare burattini, e nell'interim (generazioni) imporre de jure la maggior apertura possibile: niente codice closed source, niente sw non gestibile dall'utente (es. codice open ma privo di toolchain di build/deploy, interfacce oscure anche se documentate, richiesta di strumenti non così comuni ecc), transazione graduale di ogni cosa tecnologicamente transabile da un'infrastruttura client-server ad una p2p (multics/plan9 han mostrato la via decenni fa), divieto di implementare blocchi hw o concezioni che limitino le libertà utente ecc. Non vedo francamente altre strade...
    non+autenticato