Claudio Tamburrino

Facebook: no alla promozione di bufale

I siti che diffonderanno ripetutamente false notizie non potranno accedere agli strumenti di advertising della piattaforma, almeno finché non dimostreranno di aver fatto opera di redenzione. Così il social network intende stringe la morsa sul dilagare delle fake news

Roma - Il social network in blu ha annunciato che le Pagine Facebook che condivideranno ripetutamente articoli e contenuti contrassegnati come false dal lavoro di fact-checking di organizzazioni terze non potranno più accedere alla piattaforma di advertising del social network.

Facebook continua così a impegnarsi sul fronte delle fake news: da un lato per migliorare la qualità dei contenuti condivisi sulla propria piattaforma (e incentivare in questo modo gli utenti a passarci ancora più tempo), dall'altro perché è ormai impossibile non accorgersi dell'influenza che queste hanno sul mondo.

D'altra parte, proprio in occasione della nascita della secondogenita August, Mark Zuckerberg ha ripetuto che vuole lasciare alle figlie un mondo migliore, con educazione migliore, meno malattie, comunità più forti e maggiore uguaglianza: ma per arrivare a questo dice che bisogna superare le difficoltà, tra cui le prime pagine e i titoli dei giornali che contribuiscono a vedere solo le cose negative.
In questo senso, inoltre, il social si era già attivato anche sull'onda delle polemiche che lo avevano travolto in occasione dell'elezione di Trump e di altri episodi di politica nazionale e internazionale che secondo gli osservatori sono stati pesantemente influenzati dalla circolazione di false notizie: per questo si è trovata al centro delle polemiche proprio per la questione delle cosiddette "bufale", in particolare per la presunta influenza avuta non solo nella campagna elettorale statunitense che ha portato alla vittoria del candidato repubblicano Donald Trump, ma anche in quelle di altri Paesi, tra cui Indonesia e Filippine, ma anche Germania e Italia.

In Germania aveva così adottato una serie di strumenti proattivi, dove i contenuti segnalati dagli utenti come spam passano sotto la verifica di Correctiv, organizzazione non profit con base a Berlino che si occupa di giornalismo. Misure estese successivamente anche fuori dal Paese, mentre a livello globale aveva modificato il proprio software in modo da penalizzare nel ranking le notizie che le persone tendono a leggere ma non a condividere e quelle che vengono condivise senza essere state aperte: entrambi segni che i titoli sono o proprio fuorvianti o quanto meno click-baiting.

Come spiega ora il manager di Google ai prodotti Rob Leathern: "Speriamo così di rimuovere qualsiasi incentivo possibile alla creazione di false notizie".

Come dimostrato da alcune ricerche, d'altra parte, quello delle bufale è un vero e proprio business: le false notizie e i titoli click-baiting costituiscono infatti merce preziosa per chi vuole contenuti creabili praticamente a costo zero, ma sufficienti ad attrarre il click di (potenzialmente) milioni di utenti. Click che hanno valore grazie ai sistemi di advertising (anche) di Facebook che ne permettono la diffusione ad un ampio numero di utenti.

L'aggiornamento ora introdotto, spezzerebbe così questa catena del valore slegando le false notizie dall'advertising che rende numerosi e preziosi i click e solo quando avranno iniziato nuovamente a pubblicare (per un certo tempo) contenuti leciti le pagine potranno accedere nuovamente agli strumenti di advertising di Facebook.

Claudio Tamburrino
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