Alfonso Maruccia

Criptomonete, addio all'advertising

Google ha annunciato la messa al bando di Bitcoin & compagnia dal suo network pubblicitario, una "mazzata" che arriva a non molta distanza da una decisione simile presa da Facebook. Criptomonete uguale malware, accusa Microsoft

Roma - Non bastassero le accuse di truffa e l'atteggiamento sempre più guardingo - quando non semplicemente ostile e censorio - delle autorità monetarie di ogni parte del mondo, le criptomonete devono ora fare i conti con una minaccia ancora più seria e concreta al loro futuro. Una minaccia che arriva direttamente da Google e "non fa prigionieri".

In questi giorni, infatti, Mountain View ha deciso di mettere al bando Bitcoin, Ethereum e le altre monete virtuali dalla sua rete di advertising, una restrizione draconiana che entrerà in vigore da giugno e che di fatto dovrebbe cancellare la visibilità dei vari "coin" da una fetta consistente della pubblicità in circolazione sul Web.

Il bando è decisamente corposo e riguarda gli ad per l'uso delle criptomonete come anche iniziative di initial coin offering, servizi di cambio delle criptomonete, wallet virtuali e persino "consigli" sulle eventuali attività di investimento finanziario a tema BTC&co.
Nello spiegare ai media i motivi dietro la decisione, il responsabile Google degli "ad sostenibili" Scott Spencer ha dichiarato che, anche se la corporation non ha la "palla di vetro" e non può quindi prevedere il futuro delle criptomonete, di certo questo genere di tecnologia ha già provocato abbastanza danni all'utenza da suggerire un approccio a dir poco "cauto". Lo stesso approccio cauto - anzi censorio - è stato d'altronde già adottato da Facebook, che il business delle criptomonete lo ha messo al bando dal suo network di advertising già da gennaio 2018.

In quest'ultimo periodo le criptomonete sono diventate lo strumento prediletto dai cyber-criminali, con il cryptojacking in particolare che sta spazzando via le altre tipologie di minacce a tema economico (ransomware in testa) a favore del mining di Monero.

Stando agli ultimi dati forniti da Microsoft, tra settembre 2017 e gennaio 2018 il numero di computer "unici" forzatamente arruolati nel mining ammontava a una media di 644.000 unità, e nella stragrande maggioranza dei casi si trattava ovviamente di software e script indesiderati quando di non di veri e propri malware.

Alfonso Maruccia
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