
Dal punto di vista economico, il decreto privilegia la difesa della posizione di oligopolio di un ristretto numero di grandi aziende del settore dei media, quasi totalmente basate al di fuori dell'Italia e dell'Unione Europea, e danneggia pesantemente l'industria italiana dell'ICT e delle telecomunicazioni, andando contro gli interessi strategici dell'Italia.
Si fa innanzi tutto notare come il mercato della distribuzione di prodotti cinematografici in Italia si trovi in una evidente situazione di oligopolio. Cinque aziende detengono quasi il 70% del mercato; di queste aziende, quattro appartengono a gruppi internazionali; soltanto una è italiana. Questa situazione provoca effetti deleteri sulla diffusione della cultura e sulla libertà di scelta dei consumatori, provocando un costante calo nel numero di pellicole presentate ogni anno nelle sale, riducendo gli spazi di accesso al pubblico per il cinema d'autore e per i giovani registi, e contribuendo a mantenere la quota di mercato delle produzioni nazionali sotto il 25%. Inoltre la ridotta concorrenza mantiene i prezzi più alti di quanto sarebbe possibile, riducendo la diffusione dei prodotti culturali tra i cittadini.
Lo stesso discorso si può peraltro applicare anche al mercato della distribuzione musicale, con l'aggravante che tra le aziende oligopoliste in questo caso non vi è alcuna azienda italiana.
Internet offre le possibilità tecniche ed economiche per ridurre questo oligopolio e rendere più economico, più semplice e più libero l'accesso ai contenuti digitali da parte dei cittadini, ovviamente dietro equa remunerazione dei titolari dei diritti; riteniamo che una spinta politica in questa direzione andrebbe nell'interesse del Paese. Al contrario, il decreto del Governo agisce in difesa di questo oligopolio e delle sue politiche commerciali, persino quando esse concorrono in maniera evidente alla limitazione dello sviluppo culturale e tecnologico del Paese e al mantenimento di prezzi al consumo artificialmente elevati in un settore vitale come quello dei media.
Osservazioni sul merito: le libertà personali e il ruolo dei providerRiteniamo che questo decreto vada, anche se, crediamo, in modo non intenzionale, nella direzione di una gravissima e inaccettabile lesione della privacy e della libertà personale degli utenti della rete.
Le dichiarazioni del Ministro secondo cui "la violazione della proprietà intellettuale è un furto" sono concettualmente errate. Il termine "furto" indica la sottrazione di un bene al suo legittimo proprietario; al contrario, la realizzazione di una nuova copia di un contenuto digitale non ne impedisce la fruizione ad altri. Se certamente la copia contro la volontà dell'autore è una azione illegittima che va punita, è altrettanto vero che tale punizione, specie in sede penale, deve essere proporzionale alla effettiva gravità sociale del reato, anziché alla gravità del possibile danno economico arrecato a terzi, che, in assenza della prova di un effettivo mancato acquisto dello stesso prodotto tramite i canali tradizionali, resta comunque tutto da provare.
Al contrario, la tendenza recente pare essere quella di utilizzare il diritto d'autore per limitare i diritti di proprietà degli acquirenti di prodotti culturali, mediante l'inserimento di tecniche di "protezione" che in realtà limitano la possibilità di fruire liberamente del contenuto regolarmente pagato, e talvolta rendono intere opere del tutto inaccessibili. Si vedano ad esempio i cosiddetti "codici regionali" dei DVD, che impediscono a un consumatore di acquistare un film negli Stati Uniti e di vederlo in Italia, persino quando il suddetto film non sia disponibile in vendita sul mercato italiano; o le "protezioni dalla copia" dei CD audio, che li rendono incompatibili con una vasta gamma di prodotti di elettronica di consumo, impedendo la fruizione del prodotto regolarmente acquistato sulla maggior parte dei PC, su moltissime autoradio e su altri sistemi elettronici, e riducendo la qualità del suono su molti altri.
In questa ottica, spesso è il consumatore a sentirsi vittima di un furto; ed è proprio l'assurdità di queste politiche, più che una presunta intenzione a delinquere tramite la rete, a spiegare una certa disaffezione per prodotti originali al cui prezzo elevatissimo corrisponde una qualità inferiore e una minore libertà di fruizione rispetto alle copie ottenibili via Internet.
E' estremamente preoccupante la possibilità che la semplice discussione o spiegazione delle tecniche e delle implementazioni dei sistemi di condivisione di file via Internet possa venire assimilata alla promozione di un reato e quindi vietata e duramente punita dal decreto legge. Riteniamo che principi costituzionali come la libertà di espressione e la presunzione di innocenza debbano prevalere su interessi legittimi ma di parte come quelli dell'industria internazionale dei contenuti; e che in nessun caso la semplice descrizione di tecniche, distribuzione di software o presentazione di
link possa venire assimilata a un reato.
Osserviamo con particolare stupore l'idea del legislatore di attribuire ai fornitori di connettività e di servizi il ruolo di "polizia della rete". Oltre ad essere impropria e di fatto inapplicabile, questa idea genererà costi significativi che andranno a scaricarsi sul prezzo finale dei servizi di connessione alla rete a banda larga, contribuendo a incrementare il digital divide tra l'Italia e paesi più avanzati quali gli Stati Uniti, la Svezia o la Corea del Sud.
Riteniamo la misura che obbliga i fornitori di connettività a sorvegliare i propri utenti e segnalare ai tutori dell'ordine quelli che condividono determinati contenuti (senza nemmeno aver prova della loro effettiva distribuzione o possesso illegale!) indegna di uno stato di diritto democratico. Secondo questa linea, ci chiediamo se il Governo abbia intenzione di obbligare tutti gli operatori telefonici ad ascoltare tutte le conversazioni dei propri clienti per segnalare alla Polizia chi discute di possibili reati, senza nemmeno aver prova del loro effettivo compimento; oppure chiediamo ragione di questo "trattamento speciale" riservato a Internet.
Ribadiamo l'importanza del fatto che i dati personali degli utenti della rete e quelli riguardanti il loro comportamento in rete, di cui i fornitori di connettività sono naturalmente in possesso, vengano mantenuti sotto il più stretto riserbo e vengano resi noti soltanto all'autorità giudiziaria e soltanto dopo un adeguato esame da parte di un giudice terzo della credibilità delle accuse ad essi portate.
ConclusioniRiteniamo che l'obiettivo dell'azione del Governo in questo campo dovrebbe essere quello di discutere con tutte le parti interessate un quadro normativo che regolamenti da un punto di vista più generale la protezione della proprietà intellettuale in rete, salvaguardando sia le legittime esigenze dell'industria dei contenuti già esistente, sia le possibilità di creare nuova industria e nuova crescita per l'Italia; e che ad ogni modo non metta in pericolo la libertà di espressione, le garanzie costituzionali e la privacy dei cittadini, nonché la loro possibilità di utilizzare liberamente la rete per incrementare la propria cultura e la propria conoscenza nei modi da loro preferiti, dietro corresponsione di un compenso equo ai detentori dei relativi diritti.
Società Internet, dopo una ampia consultazione con i propri soci, auspica quindi in vista del futuro iter del decreto una attenta riconsiderazione della materia da parte del Parlamento, che tenga conto anche delle legittime e gravi preoccupazioni dell'industria della rete e dei milioni di italiani che la utilizzano ogni giorno.