Nuovi brevetti? A rischio le idee

di Simo Sorce (dalla lista diritto@softwarelibero.it) - Dall'invenzione della stampa ai brevetti sul software: perché le nuove propensioni al brevetto ingabbiano non solo l'innovazione ma anche le idee, cioè il libero pensiero

Roma - La visione politica e sociale della giustizia è fondamento di uno stato sano, l'appiattirsi infatti senza riflessione sull'uso delle leggi esistenti senza adeguarle alla situazione politico-economica presente non è altro che il segno distintivo di una civiltà cadente che si ripiega su se stessa e in generale di tutti i movimenti denominati appunto conservatori. Così come per la rivoluzione industriale e tutte quelle precedenti, è necessario riconsiderare tutte le normative relative alla luce della nuova rivoluzione informatica.

Dispiace per altro constatare come classiche giustificazioni che trovano ben poco fondamento storico, ne tanto meno nella realtà, siano sempre così diffuse e riprese.

La visione romantica del piccolo autore/inventore che diviene padrone del proprio destino grazie al diritto d'autore/brevetto industriale è appunto tale: romantica.
E' ben noto come, se non in ben pochi casi su cui si incista la leggenda, i poveri autori e i poveri inventori rimangono sempre tali. Per darne una breve prova d'esempio basti pesare al costo di registrazione di un brevetto per un inventore, o al fatto che coi libri oggi non ci si viva (ci sono autori che hanno all'attivo decine di libri che ben sanno come non ci si viva con le royalties che ne derivano benchè le vendite non vadano poi male). Certo è facile pensare ai casi limite, ai 10 cantanti/autori nazionali che han fatto successo, o ai due/tre piccoli inventori che nel passato hanno avuto occasione di emergere grazie a questo istituto. Ma se si guarda al quadro generale si vedrà quanto la situazione sia ben più desolante e al successo di un pugno di uomini corrisponde invece un servilismo ben peggiore di quello dovuto ai vari mecenati dagli autori del passato.
Di questi abbiamo ancora traccia storica, le loro opere hanno realmente cambiato il mondo e il servilismo politico non ha certo attenuato la loro arte o la loro tecnica (ovviamente non intendo qui promuovere una società fondata sul mecenatismo).

Ad oggi invece ci troviamo con pochi grossi attori sul mercato che, di fatto, sono dei moderni mecenate i quali pero' non garantiscono molto ai veri autori, ma ne traggono avidamente i frutti economici degradando spesso l'opera artistica per mere necessità di mercato.

Detto questo accennerei invece alla derivazione storica (vedi legislazioni veneziane del primo '700) di questi due diritti che renderà più esplicito il perchè la visione romantica è una mera illusione. Se infatti ci chiediamo da dove nascono sia il copyright (poi trasformatosi in diritto d'autore presso di noi) o il brevetto vediamo che il primo nasce solo nel momento in cui viene inventata la macchina a stampa, il secondo con l'invenzione delle macchine in generale.

L'invenzione della stampa a caratteri mobili permette finalmente di riprodurre in molte copie una singola opera e di trarne profitto dalla vendita delle copie. Il beneficiario dei primi abbozzi di diritto, non è l'autore ma l'editore che utilizza questa legislazione come mezzo per evitare la concorrenza, con il beneplacito delle autorità che invece ottengono in cambio la possibilità di imporre una censura efficace poichè sono ben individuabili sia la locazione sia la responsabilità di chi stampa. Ben presto questo diritto comincia finalmente a comprendere anche diritti morali per l'autore al prezzo pero', spesso, di una complicazione delle leggi che comunque sono sempre scritte con ben presente in mente il profitto degli editori. Questa predominanza degli editori e del profitto sulla valenza artistica e dei diritti morali degli autori è più accentuata nei paesi anglosassoni che da noi.

Ma da noi non è certo inferiore ai giorni nostri.
Le varie legislazioni internazionali (Convenzione di Berna, Accordi TRIPS) seguono sempre da vicino il modello anglosassone del copyright "armonizzando" molto bene tutto cio' che concerne il profitto, molto meno cio' che riguarda il diritto d'autore (o meglio diritto morale dell'autore).

In un mondo in cui finalmente l'invenzione della stampa intesa in senso classico è stata superata e quindi l'autore sarebbe libero di decidere effettivamente e autonomamente della propria opera saltando gli ormai obsoleti (e nocivi) intermediari, si rivela la natura a due facce del diritto d'autore. Da una parte la teorica difesa e autonomia dell'autore, dall'altra la reale predominanza degli editori. Sono sempre gli editori, tranne che per pochi casi rari, che decidono come, quando e cosa pubblicare. I diritti degli autori sono ingabbiati in contratti prestampati che sono ovviamente a favore dell'editore (avete mai provato a pubblicare un articolo su una rivista o un libro? credete di poter scegliere voi le modalità con cui esplicitare il vostro diritto d'autore?), addirittura in Italia una organizzazione come la SIAE decide al posto degli autori come le loro opere devono essere licenziate impedendo, contro la volontà dell'autore, la libera utilizzazione delle opere.

Insomma a fronte di una legge che in teoria mette tutto nelle mani degli autori, nella pratica essa è costruita ad uso e consumo dell'intermediario (editore). E nonostante queste distorsioni, il diritto d'autore rimane ancora uno strumento giuridico ma soprattutto socio-politico che ha un suo senso di esistere e che si avvicina ad un diritto quasi naturale che è il diritto di paternità dell'opera pur mantenendo in seno un diritto puramente virtuale che è il diritto di copia. Dico virtuale perchè nella natura la limitazione alla copia esiste solo per gli oggetti materiali e non per quelli immateriali, per cui discendere un diritto giusnaturalistico per tutti gli aspetti del diritto d'autore mi sembra francamente eccessivo.

Prendiamo in considerazione il brevetto industriale. La sua storia deriva dalla pratica di rilasciare licenze legali per la costruzione soprattutto di apparati meccanici.
Come per il caso del diritto d'autore, lungi dal voler essere uno strumento a servizio degli inventori o dell'innovazione, è stato sempre uno strumento ad uso e consumo di pochi ricchi produttori dal punto di vista del profitto e dei governanti dal punto di vista del controllo.

Come per il copyright, questo strumento giuridico ha ovviamente subito una evoluzione nel tempo e un cambio di obiettivi. Attualmente il brevetto industriale comunque non comprende di fatto alcun tipo di riconoscimento autorale o di paternità fin dalla nascita e infatti si applica solo dopo costosa registrazione. Le finalità dichiarate del brevetto industriale sono le seguenti: promozione dell'innovazione attraverso la concessione di un monopolio commerciale limitato che stimoli la produzione e la diffusione delle innovazioni.

Di qui la mia personale considerazione che anche questo diritto nulla ha a che vedere con diritti di derivazione naturale, ma che sia un semplice strumento politico-economico e tale dovrebbe rimanere. La distorsione di mercato che esso produce attraverso il monopolio è giustificata solo nei casi in cui questo effettivamente porti maggiori benefici alla società nel lungo termine rendendo sopportabili i temporanei problemi che esso introduce.

Quindi benchè sia comprensibile e condivisibile l'estensione del diritto d'autore ad altri generi in cui è importante la componente autorale e artistica come in parte per il software (anche se questo è spesso un caso limite), molto meno automatica e comprensibile è l'estensione dell'istituto del brevetto ad altri campi economici prima che ne sia provata l'effettiva efficacia di promozione dell'innovazione e che i vantaggi a lungo termine non siano sbilanciati verso il basso rispetto agli svantaggi a breve.

Particolarmente nel campo del software (ma dell'informazione nel suo insieme) i brevetti (così come sono rilasciati e regolati attualmente) non sono certo uno strumento che possa raggiungere alcuno dei risultati che ne sarebbero fondamento, lasciandoci solo con gli svantaggi a breve e lungo termine. Svantaggi per tutto il settore, ma naturalmente vantaggi economici per pochi potenti.

E' molto sconfortante vedere respingere gli argomenti fondanti di una disciplina giuridica in modo così semplicistico, spero sia dovuto al fatto che spesso nella specializzazione ci si dimentichi poi di dare un'occhiata al quadro generale che è poi quello che conta.
Ben noto è infatti che la common law entra sempre più prepotentemente nei nostri ordinamenti (non è un affermazione giuridica ma sostanziale) tradotta dai vari trattati internazionali a cui siamo costretti ad aderire volenti o nolenti (e siglati da governi spesso senza l'esplicita approvazione dei parlamenti in una situazione abbastanza anti-democratica). Altrettanto noto, agli esperti del settore ma anche a chiunque volesse dedicare qualche ora di tempo per studiare la materia, è che il brevetto industriale applicato al software, agli algoritmi e ai metodi commerciali si traduce in modo estremamente semplice in pratica in una brevettazione delle idee. E' facile fare sofismi per cui il fatto che qualsiasi uso di una idea se monopolizzato non significa che l'idea stessa lo sia, ma questo rimane appunto una elucubrazione mentale. All'atto pratico l'idea è monopolizzata allo stesso modo in cui dare il monopolio dell'uso del colore rosso ad un soggetto privato, benchè non costituisca una monopolizzazione dell'idea in se di rosso ne costituisce una monopolizzazione di fatto agli atti pratici indistinguibile.

Il nostro ordinamento è ormai in balia delle leggi e dei trattati internazionali che vengono siglati a velocità impressionante dai nostri cari governanti. Meglio guardare in avanti perchè lo sviluppo di certe legislazioni in alcuni paesi o in alcuni organismi internazionali ci riguardano ormai piuttosto direttamente e vengono puntualmente importate da noi dopo poco tempo. Questione di lungimiranza insomma.

Simo Sorce
intervento apparso sulla mailing list Diritto@SoftwareLibero.it

Nota dell'autore:
La copia del presente intervento è permessa purchè il testo sia riprodotto integralmente e ne sia lasciata attribuzione all'autore originale
25 Commenti alla Notizia Nuovi brevetti? A rischio le idee
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  • Tò!
    Simo Sorce spiattella un suo scritto propinato sulla mailing list Diritto@SoftwareLibero.it curandosi però di correggere preventivamente
    "il brevetto [...] nasce solo nel momento in cui viene inventata la macchina a stampa [...]. Questa innovazione permette finalmente di riprodurre in molte copie una singola opera e di trarne profitto dalla vendita delle copie."
    con un bel
    "il brevetto [...] nasce solo nel momento in cui viene inventata la macchina a stampa [...]. L'invenzione della stampa a caratteri mobili permette finalmente di riprodurre in molte copie una singola opera e di trarne profitto dalla vendita delle copie."!
    E questo perchè?
    Perchè l'illustre autore in lista si basava su speculazioni fondate su mirabili corbellerie di altri lodevoli autori affermanti
    "L'istituzione giuridica del diritto d'autore [...] trova la propria origine in
    coincidenza di un evento storico preciso, l'invenzione della tecnologia
    della stampa, avvenuta nel 1440 ad opera del tedesco Johann Gutenberg (1400-1468)"
    ...ma si da' il caso che la "stampa" ovvero la procedura di riproduzione
    di testi mediante impressione fu inventata in Cina nel sec. IV, fu
    introdotta in Europa nel Medio Evo, venne migliorata sempre in Cina nel sec. X con l'invenzione dei caratteri mobili, fu in tal senso
    perfezionata in Europa mediante l'uso di materiali diversi dal legno e
    dalla terrcaotta per tali caratteri, mentre Gutenberg procedette
    specificamente ad ulteriore raffinatura di tale procedura grazie alla
    sua invenzione di compositoio e forma di stampa per caratteri mobili in piombo ("tipi") inoltre affiancandoli per la prima volta al torchio!
    Che ci fa il buon Simo Sorce? Con elegante piroetta ritocca l'intervento in lista alla luce della rivelazione ricevuta!
    Ma qual'è il suo pensiero originale? Questo in Punto Informatico o quello in lista?
    Simo? Che ci fai?
    Ah! Già! Eserciti il tuo diritto d'autore. Infatti statuisci: "La copia del presente intervento è permessa purchè il testo sia riprodotto integralmente e ne sia lasciata attribuzione all'autore originale". Pertanto: attenzione a riprodurre fedelmente il pensiero dell'autore, che poi è adeguato ai tempi che corrono dallo stesso.
    "A rischio le idee"... Le tue?
    Ovviamente mi firmo: Carmine Malice.
    Ciao!
    non+autenticato
  • > Ovviamente mi firmo: Carmine Malice.

    Guarda, io ci capisco poco o niente di brevetti e copyright
    Ma il tuo intervento sa molto di invidia e molto poco di costrutto
    ci fai, caro Carmine, una figura meschina

    Bai bai
  • - Scritto da: TieFighter
    > > Ovviamente mi firmo: Carmine Malice.
    >
    > Guarda, io ci capisco poco o niente di
    > brevetti e copyright
    > Ma il tuo intervento sa molto di invidia e
    > molto poco di costrutto
    > ci fai, caro Carmine, una figura meschina
    >
    > Bai bai

    Caro anonimo (chè tale sei), spari giudizi avventati: il buon Simo già ricevette mia risposta in lista riguardo le sue affermazioni scarsamente suffragate da argomenti materiali e bellamente tacque.
    Desideri copia dello scritto?
    Ovviamente il buon Simo trasse la sua correzione proprio da tale mia risposta...
    Ed il mio diritto d'autore? A bocca aperta
    Puoi consultare lo scambio epistolare nell'archivio della lista presso http://softwarelibero.it/pipermail/diritto/
    A proposito: sono in possesso della rarissima versione originaria ed originale dell'articoletto! Qualcuno è interessato?
    Alla faccia dell'invidia.
    Ah! Già! Dell'invidia meschina.
    Cheeao Cheeao
    Carmine Malice
    non+autenticato
  • Nuovi brevetti?
    Brevettare algoritmi,codici e il software stesso?
    Dico io volete brevettare anche le feci per caso?Arrabbiato
    Io non ho parole per le multinazionali!Deluso
    non+autenticato
  • Concordo pienamente con le posizioni dell'autore dell'articolo. Tuttavia vorrei aggiungere una piccola puntualizzazione, a completamento di quanto esposto da Simo Sorce, che a proposito del brevetto ha scritto:

    "Come per il caso del diritto d'autore, lungi dal voler essere uno strumento a servizio degli inventori o dell'innovazione, [il brevetto] è stato sempre uno strumento ad uso e consumo di pochi ricchi produttori dal punto di vista del profitto e dei governanti dal punto di vista del controllo. [...]
    Le finalità dichiarate del brevetto industriale sono le seguenti: promozione dell'innovazione attraverso la concessione di un monopolio commerciale limitato che stimoli la produzione e la diffusione delle innovazioni."


    Aggiungerei che il brevetto, nella sua concezione originaria, aveva una finalità parallela alla concessione di un monopolio commerciale (che, si badi, era inteso come limitato nel tempo). Questa finalità era la contropartita richiesta all'inventore in cambio del monopolio commerciale: rendere l'invenzione di pubblico dominio. Non è cosa da poco.

    Mi pare che nel momento in cui si pretende di estendere la brevettabilità anche al software, agli algoritmi e ai metodi commerciali, si stia perdendo completamente di vista lo spirito originario del brevetto industriale, dimostrando scarsa consapevolezza sociale e una notevole dose di accondiscendenza verso potenti lobby attive a tutela dell'interesse di pochi.
    Non ha infatti senso sancire la brevettabilità di opere di ingegno: non si tratta qui di manufatti innovativi, ma di entità logiche che hanno più affinità con la letteratura che con un macchinario industriale. La conseguenza è porre sotto tutela brevettuale idee che prescindono totalmente dalle rispettive modalità realizzative. Proprio le modalità realizzative, infatti, potrebbero essere tutelate e rese al contempo di pubblico dominio, ma è evidente che quando si tratta di costrutti immateriali e non di manufatti tangibili l'oggeto della tutela rischia di diventare talmente vago che parlare di brevettabilità è del tutto al di fuori della logica.
    Questo proprio perché, come fa giustamente notare l'autore dell'articolo il brevetto è un semplice strumento che "nulla ha a che vedere con diritti di derivazione naturale", come invece sottointendono le multinazionali (che possono così contiuare ad operare in regime oligopolistico grazie alla possibilità di scambi reciproci di brevetti) e gli avvocati d'affari, categoria professionale che oserei definire "socialmente parassita", che purtroppo sta diventando sempre più potente e strategica in un quadro che nel complesso si fa via via più penalizzante per la società e per l'economia.
  • 8==========================================B
    non+autenticato
  • Un magnifico intervento di Simo Sorce (dalla lista diritto@softwarelibero.it) mi spinge a condividere alcune riflessioni.

    Mi sono trovato di fronte al mio medesimo pensiero nel leggere che il "diritto d'autore" nasce solo al momento della invenzione della stampa (cioè della duplicabilità) e costituisce, in effetti, solo una protezione (dell'abuso) degli editori nei confronti dei loro stessi concorrenti a tutto discapito di autori, utenti, mercato e, infine dello sviluppo sociale.

    In verità applicavo questo pensiero solo al cinema, ma mi accorgo che è evidentemente valido almeno da Gutemberg in poi. Nella duplicabilità è infatti la chiave.

    Una opera teatrale, ad esempio, non poteva (e non può) essere replicata dalla medesima compagnia che un massimo teorico di 365 giorni l'anno, (con gran dispendio di energie e denaro) e interessare un pubblico al massimo valutabile in centinaia di migliaia di persone, introitando quindi denaro per un pari fattore di moltiplicazione.

    Con l'invenzione del cinema, (ma potrei dire lo stesso del microsolco di vinile) la tecnologia pone a disposizione una pellicola che può essere duplicata, recapitata e proiettata contemporaneamente per un pubblico che attualmente si stima in miliardi di persone (effetto globalizzazione) oltre che prolugarsi nel tempo (ripetibilità).

    Ma il cinema classico richiede ancora strumentazioni particolari, costose e quindi esclusive, per diffondere il prodotto, nonchè di apposite sale di proiezione. Si lucra, e chi intraprende nel settore reinveste una parte per tutelare la propria gallina dalle uova d'oro, foraggiando i legislatori per garantirsi il copyright.

    Quanto più esatta e diretta (come quasi sempre avviene) è la dizione inglese: diritto di copia (copyright) e non la falsa e bizantina definizione italiana di "diritto d'autore" quando l'autore (attore, musicista, artista in genere) in verità viene già espropriato in primis dei suoi diritti sull'opera da parte del "padrone del vapore" e solo a volte, diventando molto famoso (e molto investendo in capaci manager e consulenze legali) riesce a riappropiarsi di una parte di ciò che il suo ingegno ha prodotto.

    Magari scavalca la barricata e diventa egli stesso produttore, sebbene questa nuova capacità, quando il fine è il lucro, quasi sempre si associ alla perdita della originale vena artistica.

    E così l'avanzare della tecnologia di copia e diffusione ha garantito margini di profitto sempre più alti (e impensati) di cui anche i principali soggetti (gli artisti) hanno beneficiato pretendendo entrate individuali in alcuni casi pari alle entrate iscritte in bilancio per interi stati africani di milioni di persone.

    E se loro prendono tanto... quanto si spartiscono i loro avvocati e manager ??? e quanto prende il direttore della multinazionale che trae profitto da centinaia di artisti??

    Ma la tecnologia da gioie e dolori. Se duplica e diffusione sono sempre meno costosi e perchè i mezzi di duplicazione sono più abbordabili. Anche dalla gente comune. Che può duplicare e diffondere a casa propria.

    Questo mercato, nato da una occasione temporanea e transitoria offerta dalla tecnologia, va a scomparire per l'avanzare della stessa tecnologia che la ha reso possibile. E' un classico per qualsiasi settore economico: gli innovatori hanno alti margini (ma alti rischi), entrano altri soggetti ed il mercato matura finchè il presupposto per quel mercato diventa obsoleto ed il tutto scompare.

    Il vero imprenditore recupera i capitali e reinveste in nuovi campi nel frattempo apertisi e ove esistono analoghe temporanee situazioni lucrative.

    Ma secoli di pensiero sul liberalismo economico, il puro determinismo di mercato, vanno bene alle destre politiche solo fin quando si tratta di parolaia teoria con cui sciaquarsi la bocca: alla prova dei fatti, invece, si ripiomba nel medioevo dove il "signore" (di solito il criminale più geniale e brutale della zona), diventato tale per aver assaltato la rocca del signore precedente ed averne sterminato la genia, immediatamente promulga leggi ed epura la popolazione col preciso scopo che la medesima cosa non possa avvenire a lui ed investe una parte del bottino carpito per reclutare, fra i più forzuti ed imbecilli, sgherri a sufficienza per dominare incontrastato.

    Attualmente basta pagare l'elezione di governanti amici per assicurarsi la protezione degli apparati armati e legali dello stato e mantenere il proprio monopolio. (vicenda Microsoft - Bush docet).

    Un solo grande problema ha però fatto cadere il sistema medioevale: la stagnazione economica e tecnologica.

    La cristallizzazione del potere in mano ad una ristretta cerchia, il controllo capillare sulle attività della popolazione, il tarpare le ali alla inventiva ed alla espressione individuale non da frutto a nessuna società umana, neanche ad una ispirata al liberalismo economico ed allo sfuttamento capitalistico.

    Residui ultimi guizzi di coscienza (o forse incoscienza, intesa come crisi di identità) nei politici hanno consentito il varo della tassa su mezzi e apparati di riproduzione (tassa sui CD) per creare un fondo con cui garantire gli autori (ma preferirisco dire artisti).

    Sebbene ciò sia un mezzo iniquo e discutibilissimo però pone di fronte i due veri termini del problema: il settore economico attualmente predominante (quello della vendita di apparati di riproduzione) con quello in declino (il settore dei produttori/editori) e individua almeno uno dei veri soggetti da tutelare: gli artisti.

    Ma ciò non può andare bene alle multinazionali che, una per tutte la SONY, coprono entrambe i settori al massimo livello di monopolio globale possibile.

    Ciò che si vuole, e che una miope, succube ed illiberale destra di governo avalla e attua, è che tutto il peso ricada sul popolo bue, che deve continuare ad acquistare massicciamente tecnologia di riproduzione e diffusione con il solo fine di sostenere l'economia (di chi?) senza però poterla usare altrimenti incorre in REATO PENALE e nel contempo deve anche pagare lautamente (ben oltre i costi di produzione e commercializzazione) per utilizzare prodotti artistico culturali che andrebbero DIFFUSI GRATUITAMENTE o ad un prezzo politico (inteso come un range di prezzo imposto), se sono vera cultura utile allo sviluppo armonico della personalità del cittadino e in definitiva al miglioramento della intera società, ovvero CESTINATI (o quanto meno assolutamente non protetti) se, come è la grandissima parte, sono prodotti commerciali, privi di arte ed innovazione, sfornati in fabbrica da macchine automatiche specializzate nell'intrattenimento inebetente ad esclusivo fine di lucro.

    Ma quando l'arroganza dei potenti colma la misura qualcosa salta. E qualcuno si fa male. E di solito sono quelli che sono saliti più in alto a fare il botto più forte. Mi auguro solo di non dover aspettare a lungo e che resti qualcosa su cui ricostruire.
    non+autenticato
  • Bel post, complimentii
    non+autenticato
  • molto ben detto, bravo, ah... detto da destraSorride
    non+autenticato
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