La proprietÓ intellettuale Ŕ davvero proprietÓ?

di Andrea Rossato - La scardinante era digitale induce il WIPO ad una decisione importante. Potrebbero saltare i torrioni di un castello ormai obsoleto, luogo di nascita di mostri come il DMCA o la Legge Urbani

Roma - Ieri l'Assemblea generale della World Intellectual Property Organization (WIPO) ha adottato una risoluzione che impegna la WIPO a dare la massima considerazione ad un documento, presentato da Argentina e Brasile ed al quale hanno aderito numerosi paesi in via di sviluppo, sui rapporti tra proprietÓ intellettuale e sviluppo, assumendo l'impegno di organizzare un seminario internazionale e di inserire tale tema nell'agenda della prossima sessione dell'Assemblea generale da tenersi nel settembre del prossimo anno.

La decisione, benchÚ non abbia una portata rivoluzionaria, Ŕ estremamente rilevante, anche per la sede nella quale Ŕ stata adottata. La WIPO Ŕ infatti l'organizzazione nel cui ambito Ŕ stato adottato il WIPO Copyright Treaty del 1996, che ha dato poi origine al Digital Millenium Copyright Act ed alla direttiva europea 2001/29/CE sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella societÓ dell'informazione. In esso, per la prima volta, si decise di dare protezione giuridica alle misure tecnologiche poste a difesa del diritto d'autore e, pi˙ in generale, di innalzare notevolmente il livello di protezione concesso ai titolari dei diritti di sfruttamento economico delle opere intellettuali: DMCA, bollini SIAE ed, in ultima analisi, il decreto Urbani-Carlucci hanno ascendenti comuni...

Ci˛ segnala quindi un punto di svolta, che si unisce al successo giÓ ottenuto dai paesi in via di sviluppo in ambito WTO con la dichiarazione di Doha del 2001, nella quale si affermava che la protezione della proprietÓ intellettuale deve favorire, e non porsi in contrasto, con l'obiettivo della salute dei cittadini di tutti i paesi del mondo, anche in quelli pi˙ poveri, che non possono permettersi di pagare le costose licenze per i brevetti sui farmaci, in particolar modo su quelli salva-vita.
Nel documento in questione si legge, ad esempio, che "la protezione della proprietÓ intellettuale Ŕ uno strumento per promuovere l'innovazione, il trasferimento e la disseminazione della tecnologia e non pu˛ essere vista come un fine in sÚ".

Vi si legge anche che "essendo l'accesso all'informazione e la condivisione della conoscenza elementi essenziali per incentivare l'innovazione e la creativitÓ nella societÓ dell'informazione, aggiungere nuovi livelli di protezione alla proprietÓ intellettuale nell'ambiente digitale significherebbe ostacolare la libera circolazione dell'informazione e minerebbe la possibilitÓ di creare nuovi strumenti per promuovere l'innovazione e la creativitÓ, attraverso iniziative come i "Creative Commons". CosÝ come deve essere oggetto di grande attenzione il dibattito sull'uso di misure tecnologiche di protezione in un ambiente digitale".

Che questi temi entrino a far parte del dibattito in sede WIPO Ŕ quindi il segnale che qualcosa, nell'odierna disciplina della proprietÓ intellettuale, non va. Ed il maggior artefice di tale disciplina ne prende atto.

Nel mondo fisico la proprietÓ Ŕ fine a se stessa. E ci˛ per la natura stessa del mondo fisico: se qualcuno mi prende il cibo io non potr˛ nutrirmi. Il consumo di beni fisici Ŕ, come dicono gli economisti, rivale ed esclusivo. Ma nel mondo delle idee, e nello spazio digitale, il consumo dei beni e delle idee cessa di essere rivale. Se qualcuno duplica un mio file, o fa propria una mia opinione, io non cesso di avere quell'idea o quel file.
Usare la retorica e la terminologia della proprietÓ per dare giustificazione alla costante espansione del diritto d'autore e dei brevetti Ŕ quindi un'operazione truffaldina.

La WIPO dimostra oggi di averlo capito o, comunque, di volerne discutere. E Giuliano?

Andrea Rossato
(email: andrea.rossato AT ing.unitn.it)

di Andrea Rossato vedi anche:
Terminator IV
Murdoch, la volpe e... il diritto d'autore
82 Commenti alla Notizia La proprietÓ intellettuale Ŕ davvero proprietÓ?
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  • Ciao a tutti.
    Ho letto i vari pareri sull'argomento e, dato che ho avuto modo di rifletterci a lungo, indipendentemente dal forum,
    vorrei condividere con voi la mia idea, un po' diversa dal solito, di tutela della proprietà intellettuale.

    Per farlo qui di segito vi allego un link a quella che ho definito "LICENZA GRIGIA" : http://web.00800800.com/bozza/licenza.php (e' troppo lunga per inserirla tutta nel post).
    Se avrete la pazienza di leggerla per intero vedrete che si tratta di un tentativo di mantenere la tutela economica per gli "inventori" senza utilizzare il "monopolio dell'idea" come unico strumento.
    Ho cercato di immaginarmi diversi scenari e la licenza funziona in tutti quei casi in cui si riesce a quantificare direttamente un guadagno. La licenza e' in fase di bozza per cui mi farebbe molto piacere un contributo da chiunque, e in particolar modo da qualcuno specializzato in problemi legali.
    Il mio indirizzo e' webmaster@00800800.com
    Grazie a chi vorra' aiutarmi, anche con le critiche.
    Buona lettura, Giovanni
  • Bla...bla...bla...la verità è semplice...se mi rubano le idee e da queste non ricavo nulla, smetto di pensare e non faccio ingrassare gli altri sulla mia pelle.
    non+autenticato
  • solo alcune note (spare e confuse, scritte di getto) a risposta delle numerose critiche.

    quel che sostengo non è che il diritto d'autore o dei brevetti (ne conosco la differenza: sono un giurista e non un ingegnere) vadano aboliti.
    il fatto è che la "propietà intellettuale" è funzionale allo scopo che si prefigge: la disseminazione della conoscenza.
    il mezzo attraverso cui lo scopo viene perseguito è però in aperto contrasto con il fine: l'attribuzione di un diritto esclusivo al creatore dell'opera (o di colui che la distribuisce).
    il problema della "proprietà intellettuale" è quello di bilanciare il fine con il mezzo.
    in questi ultimi anni, invece, la bilancia ha finito sempre pi˙ per pendere dalla parte dell'esclusività del diritto, dalla possibilità, in altri termini, concessa al detentore del diritto di escludere altri dal godimento dell'opera. ciò, però, contrasta con il fine.

    la wipo accetta di discutere l'ipotesi di un ribilanciamento.

    il rischio, adottando un approccio puramente proprietario, è che l'esclusività prevalga, e ciò a discapito della disseminazione, dell'innovazione e della stessa creatività.

    la proprietà, diversamente dal diritto d'autore, esiste dall'alba della civilità: probabilmente la sua comparsa può essere rintracciata nel momento in cui da cacciatore e raccoglitore l'uomo diviene argicoltore ed allevatore.
    in verità anche nel regno animale esistono forme di appartenenza: basti guardare il proprio cane urinare ad ogni angolo. egli marca un territorio, il quale, quindi, gli apparttiene.
    la "proprietà intelletuale" esiste da una manciata di secoli. in precedenza, però, né l'arte né il progresso tecnologico sono mancati.
    chi ritiene che, con un ribilanciamento dei diritti della proprietà inetellettuale, arte e sviluppo tecnologico scomparirebbero, semplicemente ignora la storia.

    un saluto,
    andrea rossato
    non+autenticato
  • MA PERCHE' NESSUNO NON CHIARISCE QUESTO CONCETTO???? Basta con questo infinito dibattito sulla proprietà intellettuale e sulla condanna della 'pirateria' ad uso privato (vedi download illegale che ILLEGALE NON PUO' ESSERE PER DEFINIZIONE).
    Chi si intende di diritto d'autore sa benissimo che esistono DUE tipi di remunerazione: derivati dalla RIPRODUZIONE MECCANICA e dalla PUBBLICA ESECUZIONE. Qualsiasi autore e/o editore percepisce dalla S.I.A.E. di turno dei compensi di questo tipo: derivati sia dalla RIPRODUZIONE MECCANICA ossia dalla duplicazione di un supporto originale definito MASTER e dalla vendita in serie dei suoi cloni sia dalla loro PUBBLICA ESECUZIONE. COPYRIGHT significa infatti DIRITTO DI COPIA ed è nato in un periodo storico in cui le COPIE potevano essere solo tangibili e fisiche (vedi libro, disco e simili) con un costo per la materia prima e un costo per il lavoro necessario a produrla. E questo si pagava. Poi a qualcuno è venuta la brillante idea di estendere il concetto anche alla codifica digitale informatica di un opera CHE NON E' RIPRODUZIONE FISICA ed è quasi totalmente priva di costo. Il valore dell'opera non ha nulla a che fare con il supporto o con il mezzo che la 'contiene'. Per questo esiste il diritto di PUBBLICA ESECUZIONE. Se un'orchestra esegue un brano musicale in pubblico deve pagare un diritto di PUBBLICA ESECUZIONE, così pure una radio per trasmetterlo, la TV, il cinema ecc...
    Il valore di un'opera si misura infatti con il suo SUCCESSO, un pò come la legge della domanda e dell'offerta. Più un opera ha successo (cioè viene richiesta ed apprezzata) più acquista valore. Se io desidero un'opera significa che ne sono venuto a conoscenza, l'ho apprezzata e quindi ne desidero una copia. COSI' SI ARRICCHISCONO GLI AUTORI E GLI EDITORI: E STABILISCONO UN PATTO DI ALLEANZA CON I VARI MEDIA. I MEDIA SPINGONO A BASSI COSTI LE VARIE OPERE COSI' GUADAGNANO DI PIU'(cioè pagano poco i diritti di pubblica esecuzione, così possono avere un sacco di bel materiale interessante a basso costo da infarcire di pubblicità) E GLI EDITORI ACCUMULANO INTROITI SIA DALLA PUBBLICA ESECUZIONE SIA DALLA RIPRODUZIONE MECCANICA... E IL SOLITO PUBBLICO IMBECILLE PAGA PAGA PAGA PAGA SEMPRE NONOSTANTE SIA MITRAGLIATO DALLA PUBBLICITA' DELL'OPERA STESSA CHE POI DEVE ANCHE ACQUISTARE!!!!! Intendiamoci, non sono contro il libero mercato, anzi.. Andrebbe solo introdotta una semplice regola PER RISOLVERE DEFINITIVAMENTE L'ANOMALIA ANACRONISTICA DEL COPYRIGHT: AUMENTARE CONSIDEREVOLMENTE LA TASSA DI 'PUBBLICA ESECUZIONE' E RIDURRE SENSIBILMENTE (SE NON ELIMINARE) LA TASSA SULLA RIPRODUZIONE MECCANICA. Ma perchè questo non è ancora stato fatto, non si fa e molto probabilmente non si farà? Perchè il POTERE cadrebbe tutto nelle mani dei media che tenderebbero a spingere solo le opere prodotte 'in proprio' così le tasse pagate per la pubblica esecuzione delle stesse rientrerebbero sotto forma di diritti editoriali. Qui dovrebbe intervenire il legislatore, regolamentare il rapporto tra i media e gli editori, non certo accanirsi contro il pubblico dei 'pirati del download' che hanno la sola colpa di utilizzare un metodo per aumentare la diffusione e quindi il successo di un opera piuttosto di un'altra.
    non+autenticato
  • qualche volta prova anche a tenere premuto il tasto ALT e sul tastierino numerico comporre la combinazione 0 1 3

    vedrai che ti migliorerà la vitaA bocca aperta




    - Scritto da: Anonimo
    > MA PERCHE' NESSUNO NON CHIARISCE QUESTO
    > CONCETTO???? Basta con questo infinito
    > dibattito sulla proprietà
    > intellettuale e sulla condanna della
    > 'pirateria' ad uso privato (vedi download
    > illegale che ILLEGALE NON PUO' ESSERE PER
    > DEFINIZIONE).
    > Chi si intende di diritto d'autore sa
    > benissimo che esistono DUE tipi di
    > remunerazione: derivati dalla RIPRODUZIONE
    > MECCANICA e dalla PUBBLICA ESECUZIONE.
    > Qualsiasi autore e/o editore percepisce
    > dalla S.I.A.E. di turno dei compensi di
    > questo tipo: derivati sia dalla RIPRODUZIONE
    > MECCANICA ossia dalla duplicazione di un
    > supporto originale definito MASTER e dalla
    > vendita in serie dei suoi cloni sia dalla
    > loro PUBBLICA ESECUZIONE. COPYRIGHT
    > significa infatti DIRITTO DI COPIA ed
    > è nato in un periodo storico in cui
    > le COPIE potevano essere solo tangibili e
    > fisiche (vedi libro, disco e simili) con un
    > costo per la materia prima e un costo per il
    > lavoro necessario a produrla. E questo si
    > pagava. Poi a qualcuno è venuta la
    > brillante idea di estendere il concetto
    > anche alla codifica digitale informatica di
    > un opera CHE NON E' RIPRODUZIONE FISICA ed
    > è quasi totalmente priva di costo. Il
    > valore dell'opera non ha nulla a che fare
    > con il supporto o con il mezzo che la
    > 'contiene'. Per questo esiste il diritto di
    > PUBBLICA ESECUZIONE. Se un'orchestra esegue
    > un brano musicale in pubblico deve pagare un
    > diritto di PUBBLICA ESECUZIONE, così
    > pure una radio per trasmetterlo, la TV, il
    > cinema ecc...
    > Il valore di un'opera si misura infatti con
    > il suo SUCCESSO, un pò come la legge
    > della domanda e dell'offerta. Più un
    > opera ha successo (cioè viene
    > richiesta ed apprezzata) più acquista
    > valore. Se io desidero un'opera significa
    > che ne sono venuto a conoscenza, l'ho
    > apprezzata e quindi ne desidero una copia.
    > COSI' SI ARRICCHISCONO GLI AUTORI E GLI
    > EDITORI: E STABILISCONO UN PATTO DI ALLEANZA
    > CON I VARI MEDIA. I MEDIA SPINGONO A BASSI
    > COSTI LE VARIE OPERE COSI' GUADAGNANO DI
    > PIU'(cioè pagano poco i diritti di
    > pubblica esecuzione, così possono
    > avere un sacco di bel materiale interessante
    > a basso costo da infarcire di
    > pubblicità) E GLI EDITORI ACCUMULANO
    > INTROITI SIA DALLA PUBBLICA ESECUZIONE SIA
    > DALLA RIPRODUZIONE MECCANICA... E IL SOLITO
    > PUBBLICO IMBECILLE PAGA PAGA PAGA PAGA
    > SEMPRE NONOSTANTE SIA MITRAGLIATO DALLA
    > PUBBLICITA' DELL'OPERA STESSA CHE POI DEVE
    > ANCHE ACQUISTARE!!!!! Intendiamoci, non sono
    > contro il libero mercato, anzi.. Andrebbe
    > solo introdotta una semplice regola PER
    > RISOLVERE DEFINITIVAMENTE L'ANOMALIA
    > ANACRONISTICA DEL COPYRIGHT: AUMENTARE
    > CONSIDEREVOLMENTE LA TASSA DI 'PUBBLICA
    > ESECUZIONE' E RIDURRE SENSIBILMENTE (SE NON
    > ELIMINARE) LA TASSA SULLA RIPRODUZIONE
    > MECCANICA. Ma perchè questo non
    > è ancora stato fatto, non si fa e
    > molto probabilmente non si farà?
    > Perchè il POTERE cadrebbe tutto nelle
    > mani dei media che tenderebbero a spingere
    > solo le opere prodotte 'in proprio'
    > così le tasse pagate per la pubblica
    > esecuzione delle stesse rientrerebbero sotto
    > forma di diritti editoriali. Qui dovrebbe
    > intervenire il legislatore, regolamentare il
    > rapporto tra i media e gli editori, non
    > certo accanirsi contro il pubblico dei
    > 'pirati del download' che hanno la sola
    > colpa di utilizzare un metodo per aumentare
    > la diffusione e quindi il successo di un
    > opera piuttosto di un'altra.
  • Mi piace leggere che Andrea Rossato riprende un concetto su cui mi sono espresso (IMHO) in altri miei post:
    QUOTO
    Nel mondo fisico la proprietà è fine a se stessa. E ciò per la natura stessa del mondo fisico: se qualcuno mi prende il cibo io non potrò nutrirmi. Il consumo di beni fisici è, come dicono gli economisti, rivale ed esclusivo. Ma nel mondo delle idee, e nello spazio digitale, il consumo dei beni e delle idee cessa di essere rivale. Se qualcuno duplica un mio file, o fa propria una mia opinione, io non cesso di avere quell'idea o quel file.
    Usare la retorica e la terminologia della proprietà per dare giustificazione alla costante espansione del diritto d'autore e dei brevetti è quindi un'operazione truffaldina.
    END QUOTE

    Questa considerazione la faceva anche Confucio 4000 anni fa: Sei io do una mia idea a te e tu dai una tua idea a me, alla fine entrambi abbiamo due idee !
    Altro che proprietà intellettuale !

  • - Scritto da: Sparrow
    > Questa considerazione la faceva anche
    > Confucio 4000 anni fa: Sei io do una mia
    > idea a te e tu dai una tua idea a me, alla
    > fine entrambi abbiamo due idee !
    > Altro che proprietà intellettuale !

    va be', non esageriamo adesso...
    ...Confucio nasce nel 551 a.c.Occhiolino
    ar
    non+autenticato
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