
Al momento di installare un prodotto adware, dobbiamo preoccuparci seriamente per possibili rischi alla nostra privacy, oppure i rumori che si sentono su questo punto sono eccessivi? Sicuramente molti pensano:
"Embè? Se anche il prodotto scarica dalla rete qualche banner e spedisce qualche altra informazione, che problema c'è? Anzi, se mi manda dei banner che a me interessino di più, è meglio."In effetti a questo punto occorre rivedere la nostra "cultura collettiva" sulla privacy, alla luce delle tecnologie che evolvono. Specialmente da quando la legge 675 sulla tutela della riservatezza dei dati ha arricchito la nostra vita quotidiana di clausole da firmare in ogni occasione, certamente la maggior parte di noi ha chiari i rischi più eclatanti a cui possono portare le violazioni di privacy. Se qualunque informazione riguardante una persona potesse circolare da un soggetto all'altro, all'insaputa dell'interessato e al di fuori del suo controllo, venendo archiviata e usata per scopi arbitrari, la vita di quella persona rischierebbe di incorrere in tante brutte sorprese. Potrebbe vedersi respingere al momento di cercare lavoro, vedersi rifiutare il credito dalle banche, vedersi rifiutare una polizza di assicurazione sulla vita e chissà quanti altri esempi si potrebbero fare. Tutto questo avverrebbe in maniera inspiegabile per l'interessato, magari perché sta andando in giro qualche informazione inaccurata, equivocata o del tutto falsa (ci sono anche i casi di omonimie).
Quella che a tutt'oggi abbiamo è quindi una cultura della privacy molto concentrata sul concetto di informazioni sensibili, ossia dati di particolare significato per la vita sociale. Non ci viene così immediato riconoscere uguale pericolo nella diffusione di dati che, certamente, non hanno implicazioni paragonabili.
Il problema però c'è, ed è innanzitutto sul fatto che, quando usiamo quei software adware, non abbiamo esatto dettaglio di quali informazioni escano dal nostro computer e non abbiamo nessun controllo su dove vadano a finire. Sappiamo che vengono accumulate da qualche parte, e che non abbiamo possibilità di modificarle o cancellarle. Non sappiamo in tutto e per tutto come saranno usate, né a chi saranno prima o poi cedute.
Ma, si dirà, possiamo stare attenti in modo che il nostro nome non ci sia da nessuna parte, e poi il contenuto di ogni singola informazione ha in ogni caso una valenza molto bassa...
E ' vero, ma occorre stare attenti alla tecnologia. La tecnologia e le capacità di elaborazione oggi disponibili sono l'elemento nuovo di questa partita. Grazie alla tecnologia le informazioni di database differenti possono essere incrociate, e diventare sempre più significative. Magari in qualche passaggio potrebbero pure saltare fuori nome, cognome ed indirizzo di email, come era successo a Steve Gibson mentre esaminava quei prodotti adware di cui dicevamo prima (colpa di un vecchio cookie rimasto sul suo pc, ormai dimenticato dopo un acquisto on-line).
Possiamo capire chi dicesse di non esagerare, che non bisogna ragionare in base a casi estremi, dovuti all'improbabilissimo verificarsi di tante condizioni, ma non bisogna dimenticare che, con gli strumenti già disponibili e con quelli nuovi che potranno essere escogitati, i casi saranno sempre meno estremi di come noi li possiamo giudicare oggi. In concreto dobbiamo già fare i conti con il fatto che da qualche parte possa costituirsi, per quanto anonimo, un profilo che ci descrive e che costituisce un asset per qualcuno che non conosciamo, qualcuno che da quel profilo trarrà profitto e che, del proprio lavoro, non rende conto a noi.
Quel profilo gli consentirà di indirizzare su di noi le sue capacità di marketing, per sollecitarci in maniera sempre più sofisticata a comprare qualcosa in ogni momento della nostra vita. Questo ci piace? Ci è indifferente? O forse, questo essere permanentemente considerati un
consumatore, il cui potenziale di acquisto va sfruttato al massimo, con tecnica e furbizia, ci fa piuttosto perdere che non guadagnare qualche briciola della nostra dignità?