Alfonso Maruccia

Shuttle, tutti a terra

La missione STS-133 viene definitivamente rimandata agli inizi del prossimo anno, mentre il mini-Shuttle "segreto" X-37B atterra a missione completata. Atterraggio brusco anche per tre satelliti russi, fini in mare

Roma - Lo Shuttle Discovery dovrà attendere ancora qualche settimana prima di andare in pensione: la missione STS-133, prevista per la partenza entro il prossimo 17 dicembre, subisce l'ennesimo ritardo slittando ai primi giorni di febbraio 2011. Ai tecnici e agli ingegneri NASA occorreranno tempo e altre analisi per stabilire l'origine delle crepe apparse sul serbatoio di propellente esterno agganciato al vascello spaziale.

In questi giorni le crepe sono state riparate con l'applicazione di schiuma protettiva esterna, ma l'agenzia spaziale statunitense si dice insoddisfatta dei dati raccolti in merito alla tenuta della "pezza" e sulla origine del problema: NASA ha deciso di rimandare la partenza della navetta Discovery dopo aver condotto nuovi "test strumentali sul serbatoio di carburante esterno" assieme a "valutazioni strutturali" da condurre sui componenti duplicati nell'impianto produttivo di New Orleans.

Al momento non esiste alcuna risposta "ovvia" a quanto è successo, dice NASA, ma resta la fiducia nel fatto che si tratti di "un problema risolvibile". Una volta venuta a capo del puzzle delle crepe nel serbatoio esterno, l'agenzia potrà finalmente inviare nello spazio (e sulla Stazione Spaziale Internazionale) il modulo logistico polivalente Leonardo assieme ai rifornimenti.
Per uno Shuttle che resta forzatamente a terra, un altro completa la sua fase di rientro dopo una lunga missione durata 7 mesi: si tratta di X-37B, il drone formato mini-Shuttle che l'Air Force ha spedito nello spazio per verificare la sua operatività. X-37B è tornato a casa, ma il mistero sulle reali finalità della sua missione ancora permane.

È tornato sulla Terra anche il razzo vettore russo Proton-M, lanciato dallo spazioporto in Kazakistan con l'obiettivo di mettere in orbita tre satelliti che avrebbero dovuto fare parte della rete GLONASS - l'alternativa russa al GPS americano. Sfortunatamente per i piani autarchici di Mosca, i tre GLONASS sono finiti nell'Oceano Pacifico "da qualche parte in prossimità delle isole Hawaii", e la rete di geolocalizzazione dovrà attendere ancora prima di diventare operativa.

Alfonso Maruccia
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