Gaia Bottà

Italia, un tridente per soffocare la pirateria

Gli operatori dell'advertising online fanno quadrato con l'industria dei contenuti: IAB Italia, FAPAV e FPM collaboreranno per privare i siti che lucrano sui contenuti pirata della loro ragion d'essere, la pubblicità. Gli utenti italiani non sono più nel mirino

Italia, un tridente per soffocare la pirateriaRoma - "Oggi è una brutta giornata per i parassiti che lucrano sul materiale protetto da diritto d'autore con una intera filiera illecita": così Federico Bagnoli Rossi, segretario generale di FAPAV, nella giornata in cui l'industria dei contenuti e l'industria dell'advertising hanno annunciato un nuovo tassello della strategia con cui l'Italia combatterà il mercato illecito dei contenuti in Rete. L'idea è quella di fare terra bruciata intorno ai siti che ospitano contenuti illeciti, l'idea è farlo negando loro i mezzi di sostentamento, la loro ragione d'essere, l'alimentazione pubblicitaria: IAB Italia, insieme a FPM (Federazione contro la Pirateria Musicale e Multimediale) e FAPAV (Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali), hanno presentato un Memorandum of Understanding, un impegno assunto per portare avanti una strategia comune che sappia colpire non coloro che credono nella condivisone come arricchimento della cultura globale, ma coloro che approfittano della condivisione per arricchire se stessi.

"Chi fa il pirata lo fa per guadagnare", così sostiene Enrico Bellini, policy analyst di Google, azienda che da anni subisce gli strattoni dei detentori dei diritti, che, in qualità di grande gatekeeper della Rete, ha subito il peso delle accuse di essere un abilitatore dell'illecito e si è assunta la responsabilità di studiare e mettere a punto strategie per scrollarsi di dosso questo fardello. Una di queste strategie, presentata negli anni scorsi anche di fronte al governo italiano, è quelle definita follow the money: seguire i flussi economici del mercato sommerso dei contenuti protetti da copyright, fare leva sulla reputazione degli inserzionisti e degli intermediari dei pagamenti affinché si sottraggano a queste dinamiche, alimentando invece il mercato legale dei contenuti, alimentando un economia del digitale che, soprattutto per il settore della musica, sembra aver trovato la propria strada.

Sono lontani i tempi del peer to peer puro, i tempi in cui la condivisione era appannaggio di utenti che percepivano con anticipo le esigenze che il mercato dei contenuti digitali sta ancora imparando a soddisfare. I dati ricordati da Enzo Mazza, presidente di FPM, estratti da un recente studio statunitense, parlano chiaro: nel 2013 si stima che i 596 siti presi in esame, che mettono a disposizione contenuti senza l'autorizzazione dei detentori dei diritti, hanno incamerato 226,7 milioni di dollari ospitando advertising, con profitti medi dell'83 per cento per i loro gestori.
Dati Digital Citizens Alliance

Si tratta di advertising che afferisce a mercati come quello del gambling e della pornografia, certo, ma si tratta anche dell'advertising che rappresenta marchi che tengono a fregiarsi di una reputazione senza macchia. È proprio questo l'aspetto che sa convincere gli operatori della pubblicità online: nessuno degli inserzionisti che tiene alla propria reputazione vorrebbe associare il proprio buon nome a quello di coloro che, di fatto, stanno gestendo un business illegale. Se a questa esigenza si è sempre risposto con sistemi di filtri più o meno efficaci da parte degli intermediari dell'advertising, d'ora in poi, in Italia, la dinamica verrà sistematizzata.
Il Memorandum Of Understanding, l'impegno su cui IAB Italia, FAPAV e FPM meditano da qualche mese, che si sono assunti il 30 maggio e hanno presentato ieri, agisce dunque su due direttrici, che rispondono a due bisogni, l'uno di un'industria dei contenuti che si batte contro la concorrenza sleale della pirateria, l'altro dell'industria dell'advertising, che si batte per la propria reputazione. E l'Italia, ha spiegato con orgoglio il consigliere di IAB Italia Raffaele Cirullo, rispetto alle altre esperienze che si stanno praticando nel mondo, si muove coinvolgendo le competenze specifiche degli attori del mercato: quelle di FAPAV e FPM, che sanno certificare che dati contenuti violino il diritto d'autore, e quelle dei coloro che gestiscono le piattaforme di advertising, che sanno intervenire tempestivamente per escludere i siti illegali dal mercato della pubblicità.

È proprio questo l'aspetto che dovrebbe proiettare il sistema italiano all'avanguardia rispetto alle altre esperienze condotte finora. Si parla di quella britannica, prima sviluppatasi in seno ai soli inserzionisti aderenti a IASH e al loro codice di condotta che non si concentra esclusivamente sul diritto d'autore, poi affiancata dalla recente iniziativa messa in opera dalla Police Intellectual Property Crime Unit (PIPCU), che prevede una blacklist non pubblica, a disposizione degli operatori dell'advertising, composta dalle segnalazioni di numerosi soggetti, fra cui i detentori dei diritti, vagliate dalla stessa PIPCU. Si parla di quella statunitense, avviata nel 2011 dagli attori che aderiscono a IAB, senza il coinvolgimento diretto dei detentori dei diritti. Sarà l'impegno congiunto dell'industria dei contenuti e dell'industria dell'advertising a differenziare il patto italiano rispetto alle iniziative operative all'estero: il tridente IAB Italia, FPM e FAPAV ha le idee chiare sugli obiettivi, ma il percorso per l'implementazione è ancora tutto da tracciare, anche se i loro rappresentanti contano su un programma serrato, che potrebbe dare i suoi frutti già entro l'autunno.

Non si parla ancora di blacklist o di altri sistemi di classificazione dei siti illegali: potrebbero essere superflue e inutili, ha spiegato Enzo Mazza a Punto Informatico, perché i siti illegali hanno una vita in continua evoluzione fra mirror, cambi di dominio e strategie per dissimulare la propria attività. A questo proposito, si discuterà dunque - e lo si è già fatto con l'affiancamento di AGCOM e di Antitrust nello stilare il Memorandum of Understanding - di come non entrare nell'ambito della discrezionalità nello stabilire quali sono i siti a cui togliere l'alimentazione pubblicitaria: "le regole non si rispettano al 50 per cento", osserva Cirullo discutendo con Punto Informatico - e si farà di tutto perché ci si attenga all'oggettività e non alla soggettività" aggiungendo l'apporto umano di FAPAV e FPM a quello che già sanno fare gli strumenti automatici di filtraggio dedicati al piazzamento pubblicitario.

Per quanto riguarda i detentori dei diritti, dunque, Enzo Mazza spiega a PI che "FPM segnalerà i siti che hanno la condivisione illegale dei contenuti come attività principale, non certo i siti che contengano un brano musicale ma poi che si occupano di tutt'altro" e i siti illegali che generano più traffico, affinché il sistema sia "educativo" anche nei confronti della società che si occupano dell'intermediazione nella vendita di spazi pubblicitari in pacchetto e che in questo sistema magari includono siti che vendono l'attenzione dei propri numerosi utenti ad inserzionisti inconsapevoli. Si tratta di definire le modalità di implementazione: "Istituiremo un comitato paritetico, con FAPAV, FPM e IAB Italia - spiega Cirullo - nell'ambito del quale si analizzeranno le best practice e si definirà il funzionamento del sistema italiano, il processo di scambio di informazioni che si dovrà creare fra i detentori dei diritti e gli operatori dell'advertising".

Certo, non si pretende, con questo impegno, di offrire una soluzione risolutiva del problema, annullando i ricavi dell'industria del sommerso: "troveranno altre tecniche per bypassare i controlli e sapranno magari individuare altre fonti di revenue che possono non essere quelle legate all'advertising", ammette Cirullo. "Cercheremo nel nostro mercato porre in essere tutte le modalità pratiche operative e concrete per poter contrastare questi ricavi", promette il consigliere di IAB Italia, e per tentare di stare al passo con le tecnologie e gli stratagemmi adottati dall'industria della pirateria massiva.
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83 Commenti alla Notizia Italia, un tridente per soffocare la pirateria
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  • L’industria culturale vuole rivoluzionare il web. E’ reciproco.

    Apprendiamo oggi che il Sig. Polillo, editore e presidente di Confindustria Cultura Italia, ha deciso di esprimere al mondo quella che è la sua concezione di web in questo recente articolo apparso online, sul sito ufficiale di Laura Boldrini. E probabilmente, non solo la sua.

    Mai lettura è stata più dolorosa, dell’apprendere che qualcuno preferisca anteporre gli interessi economici di pochi ai diritti di molti. Ma il culmine del dolore sfocia nel momento in cui il web viene considerato al pari di una qualsiasi Azienda, al pari di un qualsiasi mercato economico, in un’ottica meramente finanziaria orientata al profitto. Profitto, inutile dirlo, generato ai danni di tutti.

    C’è troppa mistificazione, in tutto questo. Si tratta di un attacco frontale atto a sminuire chi, come noi, il web lo difende a spada tratta. Vogliono etichettarci come difensori di non si sa quale potente lobby economica inesistente, quando in realtà gli unici a trarre profitto da possibili limitazioni del diritto all’espressione dei netizens sono proprio quelle Aziende rappresentate dalla Confederazione.

    Non esistono “produttori di cultura”, la cultura deve essere di tutti. Non esiste il “furto di film” o di qualsiasi altra opera intellettuale digitale, ne esiste la condivisione su larga scala. L’avvento di Internet ha cambiato molte cose, ma quello che molti non hanno ancora realizzato è che il web può essere un enorme propulsore per l’economia. Il problema è l’approccio.

    La cultura non ha bisogno di essere creata, veicolata, plasmata a misura di conto corrente. La cultura ha bisogno di essere diffusa e condivisa a titolo gratuito, generando interesse mediatico ed attenzione, per poi essere eventualmente monetizzata tramite canali alternativi. La cultura è il nostro passato, il nostro presente, e vogliamo che sia anche il nostro futuro. Ma in un mondo nel quale l’informazione viaggia in tempo reale, che senso ha cercare di applicare ragionamenti capitalistici che nulla hanno a che vedere con il concetto stesso di cultura? Che senso ha proporre al pubblico prodotti che non desiderano a prezzi poco appetibili, quando si potrebbe abbracciare il crowd-funding per fornire loro ciò che desiderano alla giusta cifra?

    L’industria dei contenuti “vittima” del 2.0 non ha saputo adeguarsi a quello che è lo spirito libero, un po’ anarchico, del web. Non ha saputo capire che per attuare quella “transizione” dal reale al virtuale di cui si parla, bisogna rivedere i fondamenti stessi di un sistema capitalistico che non tiene conto degli interessi dell’utente finale. E quella stessa industria oggi è lì, alla porta, pronta a sfondarla ed a fare irruzione per arrestare tutti coloro che hanno scelto la Rete come casa: godendo nel privare la gente della loro felicità.

    E visto che, a dire di altri, la nostra è una posizione “di assoluto dominio nel mondo del web”… lasciatecelo dire, in conclusione, evidentemente non siamo gli unici a pensarla così. Là fuori è pieno di Pirati che inconsapevolmente militano nel perseguire i nostri stessi obiettivi. Ed è solo grazie a loro che oggi possiamo scrivere la presente risposta in quello che consideriamo essere un angolo di utopia, ci rattrista solo vedere che altre persone invece di godersi le infinite possibilità di tutta questa tecnologia pensano invece ad inseguire una gioia effimera e decisamente egoista.

    http://www.partito-pirata.it/2014/07/lindustria-cu.../
  • Finalmente la smetteranno di infastidire chi condivide senza scopo di lucro!
    Non pensavo fossero così intelligenti, anche se leggere che pensano che una volta eliminati i metodi per lucrare la gente smetterà di "piratare" fa un pò sorridere, visto che "the scene" esiste da prima del WWW quando ancora il concetto di pubblicità su Internet era ben lontano dal concreto.
    non+autenticato
  • - Scritto da: certo certo
    > Finalmente la smetteranno di infastidire chi
    > condivide senza scopo di lucro!
    > Non pensavo fossero così intelligenti, anche se
    > leggere che pensano che una volta eliminati i
    > metodi per lucrare la gente smetterà di
    > "piratare" fa un pò sorridere, visto che "the
    > scene" esiste da prima del WWW quando ancora il
    > concetto di pubblicità su Internet era ben
    > lontano dal concreto.

    E noi lasciamo che lo credano e vivano felici A bocca aperta
    krane
    22544
  • buona idea introdurre etica nella scelta delle inserzioni, tipo sui siti dei Maggiori Giornali Italiani, ma tra pubblicita ed etica c''e sempre stato un abisso; esempi minimal trash:
    come comprare un ipad a 15 euro con un trucco... scarica suonerie(un po in disuso)... dimagrita 12kili perche ha scoperto un segreto per dimagrire quanto si vuole..
    che evidentemente qualcuno clicca, qualcosa che qualcuno potrebbe eticamente considerare ben peggio che indicare dove ti fanno vedere un film a sbafo..

    forse di etiche ce ne sono piu di una, li sta il problema.
    non+autenticato
  • la solita inutile vaccata pagata -ci scommetto lo scommettibile- coi soldi dei contribuenti, che come al solito, si risolvera' in una costosissima bolla di sapone sullo stile di italia.it.

    e io pago....
    non+autenticato
  • "Dovremmo forse smettere di usare il termine pirateria", commenta poi Posteraro: non c'è romanticismo, né coraggio, né avventura nell'operato di coloro che agiscono mossi dalla "fredda volontà di appropriarsi in maniera fraudolenta dei frutti del lavoro altrui, sfruttando le opportunità offerte da uno spazio aperto e libero come la rete per sfuggire al potere dei singoli Stati"

    Si perchè invece Bill Gates che ha 3 trilioni di dollari fatti fra copyright e blindamenti software vari è un benefattore...
    non+autenticato
  • > Si perchè invece Bill Gates che ha 3 trilioni di
    > dollari fatti fra copyright

    Bill Gates che guadagna dal copyright? E che è, s'è dato alla musica o al cinema ultimamente?


    > e blindamenti
    > software vari è un
    > benefattore...

    Negli ultimi anni lui e la moglie fanno soprattutto quello:

    http://www.ilpost.it/2013/11/03/intervista-bill-ga.../
  • Chiamali se vuoi "brevetti" (quindi una forma di blindatura software) paragonabile al copyright che ti da la forza di comandare il tuo mercato e di ricevere per qualsivoglia forma di "copiatura o studio" denaro senza far nulla.

    Che caruccio è?? Quasi quasi gli darei il nobel a questo punto. Probabilmente da astuto e potente -qual' è- se da 1 prende 10...
    non+autenticato
  • > Chiamali se vuoi "brevetti"

    Non "se vuoi". Si chiamano brevetti.
    Il diritto d'autore non ha nulla a che fare con le attività di Bill gates.
  • - Scritto da: Leguleio

    > Non "se vuoi". Si chiamano brevetti.

    E' solo una differenza di termini, non di fatto.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Sutter Kaine..
    > - Scritto da: Leguleio
    >
    > > Non "se vuoi". Si chiamano brevetti.
    >
    > E' solo una differenza di termini, non di fatto.

    No, lo è anche di fatto. Il brevetto copre, e solo per vent'anni, le invenzioni "che sono nuove e che implicano un'attività inventiva e sono atte ad avere un'applicazione industriale".
    Il diritto d'autore non pretende assolutamente la novità, per essere passibile di protezione un'opera basta non sia copiata da un'altra, ma le può assomigliare, e non è previsto che abbia qualche applicazione.
  • - Scritto da: Leguleio

    > No, lo è anche di fatto. Il brevetto copre, e
    > solo per vent'anni, le invenzioni "che sono nuove
    > e che implicano un'attività inventiva e sono atte
    > ad avere un'applicazione industriale".

    Come se si brevettassero solo cose "nuove" e che richiedano "inventiva" Rotola dal ridere
    non+autenticato
  • > > No, lo è anche di fatto. Il brevetto copre, e
    > > solo per vent'anni, le invenzioni "che sono
    > nuove
    > > e che implicano un'attività inventiva e sono
    > atte
    > > ad avere un'applicazione industriale".
    >
    > Come se si brevettassero solo cose "nuove" e che
    > richiedano "inventiva"
    > Rotola dal ridere

    Puoi criticare l'applicazione della legge dei brevetti, in particolare in terra Usa. E ne hai tutte le ragioni.
    Non puoi dire che il brevetto e un'opera protetta dal diritto d'autore sono la stessa cosa.
  • - Scritto da: Leguleio

    > Non puoi dire che il brevetto e un'opera protetta
    > dal diritto d'autore sono la stessa cosa.

    Rientrano entrambi nell'insieme della cosiddetta proprietà intelletuale, e tanto basta per assimilarli.
    Non vedo quindi perché sottolineare differenze da lana caprina: tipo la durata, da 20 a 70 anni rispettivamente, etc.
    non+autenticato
  • > > Non puoi dire che il brevetto e un'opera
    > protetta
    > > dal diritto d'autore sono la stessa cosa.
    >
    > Rientrano entrambi nell'insieme della cosiddetta
    > proprietà intelletuale, e tanto basta per
    > assimilarli.

    Strano criterio. Anche l'omicidio e il furto rientrano nell'insieme degli articoli del codice penale. Ma normalmente uno non fa confusione fra i due, chissà perché.

    > Non vedo quindi perché sottolineare differenze da
    > lana caprina: tipo la durata, da 20 a 70 anni
    > rispettivamente,
    > etc.

    Tu scrivi le cose giuste, in questo caso che Bill Gates è intestatario di numerosi brevetti, e nessuno sottolinea. Mi pare un ragionamento lineare.
    Sui forum pubblici è così.
  • - Scritto da: Leguleio


    > Tu scrivi le cose giuste, in questo caso che Bill
    > Gates è intestatario di numerosi brevetti, e
    > nessuno sottolinea.

    Sì, sì. Proprio brevetti, eh! http://punto-informatico.it/b.aspx?i=4068237&m=407...
    E quella "C" di copyright cos'è?
    non+autenticato
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