Claudio Tamburrino

Uber, servizio di trasporto e non solo intermediario informatico

Gli utenti danno valore al passaggio ottenuto, non all'utilizzo dell'app: il parere dell'avvocato generale potrebbe orientare la Corte di Giustizia dell'Unione Europea in una decisione che rischia di coinvolgere tutte le app della sharing economy

Roma - Secondo l'Avvocato Generale della Corte di Giustizia Europea Maciej Szpunar Uber non è una semplice app, ma un vero e proprio servizio di trasporti.

Si tratta del primo passo sul fronte del confronto della startup a stelle e strisce con la giustizia europea: a novembre i giudici di Lussemburgo sono stati chiamati ad intervenire sulla questione a seguito del rinvio pregiudiziale avanzato da un giudice spagnolo che si chiedeva se Uber dovesse essere inquadrata come app o come servizio di trasporto. La giustizia spagnola era stata a sua volta invocata dall'Associazione di categoria dei Tassisti nazionali che aveva denunciato Uber System Spain.

In realtà, quello dell'avvocato generale è un parere non vincolante, ma se dovesse essere confermato dalla Corte di Giustizia Europea pianterebbe un chiodo sulla bara che le autorità stanno costruendo intorno a Uber, o meglio intorno al suo modello di business che punta a far concorrenza ai taxi aggirando le normative locali relative ai trasporti pubblici: sostenendo di effettuare - attraverso l'app - solamente un servizio di intermediazione tra autisti e possibili clienti in cerca di un passaggio, la startup a stelle e strisce aggira di fatto da un lato la maggior parte dei problemi legati all'assunzione dei suoi guidatori, definiti semplici utenti/imprenditori che offrono il proprio tempo come per esempio fanno gli host con le proprie case tramite Airbnb e quindi non dipendenti, e dall'altro le stringenti normative nazionali che gravano sui taxi, la cui attività in molti paesi è disciplinata da regole ad hoc e inserita spesso in un sistema di licenze che costituiscono un vero e proprio oligopolio.
Se la questione dei guidatori/dipendenti è stata attaccata anche in patria, dove le autorità locali l'hanno costretta a riconoscere agli autisti tutta una serie di diritti comparandoli appunto ai dipendenti, la partita in europea ha continuato a giocarsi sul rispetto da parte della startup delle regole di settore: su queste basi e parlando di concorrenza sleale sono così scesi in piazza i tassisti di Londra, Parigi e Roma, che hanno costretto le rispettive autorità locali a cercare di intervenire normativamente o giudiziariamente sulla questione: se Londra ha dato il via libera alle auto di Uber, Parigi e Roma hanno invece finito per esprimersi contro l'app.

I Giudici della Corte di Giustizia Europea potrebbero ora andare in questa direzione: secondo l'avvocato generale "nel caso di servizi misti, composti da un elemento fornito per via elettronica e da un altro elemento fornito con modalità diverse, il primo elemento, per poter essere qualificato come servizio della società dell'informazione, deve essere vuoi economicamente indipendente vuoi principale rispetto al secondo. L'attività di Uber deve essere considerata come un unicum che ricomprende sia il servizio di messa in contatto dei passeggeri con i conducenti attraverso l'applicazione per smartphone, che la prestazione di trasporto stessa che rappresenta, da un punto di vista economico, l'elemento principale. Tale attività non può pertanto essere scissa in due per ricondurre una parte del suddetto servizio nel novero dei servizi della società dell'informazione. Un servizio siffatto deve pertanto essere qualificato come servizio nel settore dei trasporti".
Con un'impostazione che rischia di coinvolgere anche gli altri servizi della sharing economy, dunque, l'Avvocato generale afferma che nel modello di business di Uber la parte rilevante per il pubblico è il trasporto, non certo l'utilizzo della app.

Anche se il parere dell'Avvocato generale è assolutamente non vincolante, spesso la sentenza dei togati vi si allinea nelle proprie conclusioni.

Claudio Tamburrino
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